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Insourcing o Outsourcing?

14 agosto 2009

In questi ultimi anni tantissime aziende italiane hanno fatto la loro decisione di portare la loro produzione all’esterno (e all’estero…) dove speravano di trovare ambienti dove possono essere ridotti i costi produttivi in quanto la manodopera costava nettamente meno che in Italia. Ma questa scelta, di fare l’outsourcing nei paesi del terzo mondo, è una scelta giusta?

Cosa comporta il fatto di portare fuori la vostra produzione? Sicuramente la prima cosa che penserete è il fatto che i costi della manodopera sono più bassi di quelli che mai potrete avere in casa. E questo può essere stata la molla che vi ha spinto di andare via. Ma non avete pensato a certi altri fattori:

  • Distribuzione e trasporto come vengono gestiti tra voi e il vostro partner in outsourcing?
  • Quale è la vostra flessibilità e tempo di reazione (prontezza di riflessi…) nel caso che le condizioni di mercato cambino?
  • Quali sono i magazzini che dovrete gestire per assorbire i lotti minimi per riempire ad esempio un container di merce?
  • Cosa comporta l’outsourcing per l’economia locale? Se tutti decidessero di portare via la produzione e di gestire solo i servizi, di cosa si occuperebbe la gente locale? Sarebbe stato un bene o un male?
  • Quali sarebbero le conseguenze sui vostri tempi di consegna?
  • Come sarebbe collegata la catena di valore?
  • Quali sarebbero le conseguenze sulla qualità dei vostri prodotti (da notare che le persone che vengono assunte all’estero devono essere formate e addestrate per fare il lavoro…)

Questi, e molti altri fattori simili, vengono ripresi benissimo in una lettera di Bill Waddell al Governo Americano, ma attuale in tutto il mondo occidentale: The Hollow American Economy. L’articolo può essere scaricato liberamente sul sito dell’autore e ne condivido pienamente il contenuto.

E anche alcune società italiane cominciano a capire che il solo fatto che i costi della manodopera all’estero siano più bassi non è sufficiente per spostarvi tutto il know-how aziendale. E cominciano a rientrare e pensare in logica lean: perché non andiamo a snellire i nostri processi, a tenere i magazzini più bassi e rispondere al cliente con prodotti innovativi in tempo reale? Ho letto da qualche parte che il sig. Bauli riporta in Italia il marchio Motta. Questo è un tipico esempio di insourcing che serve per gestire e superare la crisi nella quale ci troviamo. E non dobbiamo piangere che non ci sono condizioni di produrre in Italia: queste ci sono e ci saranno sempre, bisogna solo essere abbastanza bravi a gestire le aziende, eliminare gli sprechi interni, e allora il costo della manodopera (che ammonta generalmente fino al 99% di ciò che si fa nelle aziende non lean…) diventa solo una briciola insignificante.

E non si ha bisogno di andare all’estero in outsourcing…





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